| Di precarietà e di altro |
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| sabato 16 febbraio 2008 | |
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Ho già scritto altre volte di morti sul lavoro, morti bianche le chiamano. È la forma più alta, più odiosa, più colpevole di quella precarietà che stiamo vivendo in questi anni. Forma più alta perche il nostro Paese si sta trasformando. Il capitalismo si trasforma e coglierne i cambiamenti aiuta a capire. Ma assieme a questa riforma non s’è mosso altro, ad esempio la ricerca scientifica e lo sviluppo tecnologico, che avrebbero consentito al Paese di matenere gli antichi livelli di competitività internazionale, per cui i precari tali restano fino a che, con grande colpo di fortuna riescono a 30, 35, 40 anni ad avere un lavoro che consenta loro di fare programmi per quando saranno “grandi”. Ed ecco che tutte le possibilità offerte di contratti atipici (già il termine ha in sé qualcosa di inquietante, non sono un lavoratore normale, ma atipico) consentono il ricatto, lo sfruttamento, parola ormai desueta questa, ma se i termini e i vocabolari cambiano, non cambia la sostanza delle cose. Ma non è solo questione di giovani. Gli assaltatori della finanza, senza nessuna vocazione industriale, chiudono le fabbriche che non danno reddito immediato, incuranti di ogni strategia che non sia quella del profitoo, e anche i più anziani si ritrovano così ad essere precari, a pochi anni dalla pensione, magari senza nemmeno la possibilità di arrivarci con la mobilità, e quindi espulsi dal mondo produttivo con tutte le conseguenze sociali, non solo in termini di costi, che si creano, e quindi si moltiplcano le partite IVA per consulenze, si moltiplicano i consulenti, scade la qualità del servizio, aumenta il ricatto. Esistono situazioni che non si possono quantificare, mercificare e monetizzare: sono i drammi individuali di tutti coloro che si trovano espulsi dal ciclo produttivo, di tutti coloro che da un giorno all’altro si ritrovano a non sapere più che fare la mattina, e il senso di inutilità ti pervade, ti pervade anche un vago senso di colpa perché magari se avessi lavorato di più…se avessi lavorato meglio…e non sai cosa fare di tutto questo tempo libero improvviso, e ti rode il tarlo del senso di colpa nei confronti della famiglia, e il benessere cui speravi si allontana per una malessere economico e interiore che non sai bene definire e non sai contrastare perché magari non ti è mai capitato e non hai esperienza: è finito il tempo del posto fisso fino alla pensione!
Sondaggi su chi vince, belle facce piene di cerone e rossetto, bei trucchi, bella televisione. Un reality. Certo si vogliono lucidare gli ottoni per far sembrare tutto più bello. Un paese liberalizzato il nostro, senza però il carattere e le tradizioni dei grandi paesi liberali, quindi un paese selvaggio, dove liberalizzare significa dare settori economici in pasto alle mafie, alle multinazionali senza scupoli, un paese dove comunque l’uomo e le sue necessità non è mai al centro delle attenzioni: i grandi principi etici enunciati a gran voce sono solo specchietti elettorali: un Ferrara per la moratoria sull’aborto, come se le donne che abortiscono per necessità, anche solo per malattia, non soffrano, non provino il grande dolore che si prova per la perdita di un figio, tutto passa al di sopra di questo, in nome del potere e della visibilità politica e televisva. |
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di Giorgio Barbieri