| Era "uno di quelli". |
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| venerdì 04 aprile 2008 | |
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Su un quotidiano c’era un articolo posizionato in modo da esser letto poco e male, diceva che nella parte abbandonata di un Ferrotel, era stato trovato sopra un materasso lacero e sporco, un extracomunitario privo di vita. E’ trascorsa una settimana per scoprire nei sotterranei di una mensa-accoglienza, il corpo senza vita di una persona, di un ultimo perfino nella malattia. E’ quanto meno indecente che un episodio del genere passi sotto silenzio, come fosse la risultanza di un dazio collaterale da mettere in conto, da sopportare e digerire, a fronte di un’inondazione dell’essere “diverso”, che tanto fa adirare e imprecare chi in casa propria non ha più diritto di vivere in sicurezza. E’ formidabile l’atteggiamento indifferente e anche intimidatorio dei mass-media, quando intendono cavalcare la tigre nazional-popolare, che vorrebbe le strade pulite, mai più auto in doppia o tripla fila, ma anche e soprattutto poter mandare a quel paese il vigile che redige l’eventuale sanzione. E’ indifferenza a voler allontanare un peso, un carico, perfino il ritaglio di un giornale, è fastidio per quanti s’affannano a non volersi mischiare nelle differenze, quelle che tracciano un confine alle parole spese male, avvinghiate con il filo spinato delle bugie, quelle che non concedono scampo, non consegnano giustizia, invece lacerano disponibilità e buoni sentimenti, menzogne come gli atteggiamenti mentali volutamente disattenti. E’ morto un immigrato, non un clandestino, un uomo in possesso del necessario permesso di soggiorno, con i requisiti richiesti ben conservati al fondo delle tasche. “Lavora e non commettere reati, il resto è affar tuo, chiaramente anche il morire, nel massimo rispetto della pace altrui”. Uno di quelli che non intaccava la libertà degli altri, di coloro che neppure lo vedevano, un uomo invisibile, di quelli usati per le braccia sempre pronte all’alzo, quelli delle otto ore di lavoro, e delle altre più dure, a comando. E’ morto uno di quelli che non consumava la cena in famiglia, lavorava di giorno e arrancava la notte nel sonno, nel tentativo di rimettere insieme qualche nuova speranza. *Vincenzo Andraus è il responsabile della "Casa del giovane". |
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di Vincenzo Andraus*