| Il giovane antropologo |
|
|
|
| domenica 27 aprile 2008 | |
|
In questi giorni in libreria, Il giovane antropologo è un libro che sfugge a qualsiasi classificazione. Libro dal carattere scientifico, certo, ma allo stesso tempo leggero, estraneo a rigidi schematismi, narrato in uno stile alieno al lessico accademico. Meglio quindi partire, per meglio illustrarlo, da una domanda assai semplice: perché leggerlo? Ne Il giovane antropologo emerge, con freschezza e ironia d’assoluto spessore, il resoconto del suo primo lavoro di ricerca sul campo condotto sulla popolazione dei Dowayo, del Camerun del nord. Questo per quanto attiene una risposta – o una ragione – di natura disciplinare al quesito iniziale: perché leggerlo. A ciò si aggiungono tutta una serie di elementi, distanti dal contesto scientifico-accademico, che donano al libro tratti di leggerezza e di piacere spesso estranei a testi di tale genere. L’ironia, innanzitutto – a questo riguardo va sottolineato l’attento e vivace lavoro di traduzione con cui Paolo Brama e Francesca Sabani sono riusciti a restituirne lo spirito autoironico e ridanciano – che pervade l’intera opera. In aggiunta, una serie di circostanze e aneddoti che, in una sorta di magica comicità degli eventi, fanno di questo diario etnologico una vera e propria “ghiottoneria letteraria” – per usare un termine caro a Renato Rascel – spassosa e finemente umoristica, tanto che arrivati al termine si ha voglia di ricominciare daccapo. La vita nelle capanne di fango, il lavoro di battitura del miglio, i rituali di circoncisione; a tali aspetti fondanti della vita dowayo, Barley affianca le sue personali disavventure – ora drammatiche, ora divertenti – e i tanti piccoli, comici contrattempi che vanno a comporre un corpus rigorosamente dettagliato, quanto ironico e godibile, in una sorta di essenza ibrida in cui il saggio accademico ed il romanzo si intrecciano con la musicalità di una partitura.
|
| Pros. > |
|---|












di Enrico Del Vescovo