Alternativ@Mente - a cura di Enrico Del Vescovo

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La globalizzazione arriva alla FIAT di Pomigliano

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Charlie Chaplin in fabbrica Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

di Marcello Malerba della Slc Cgil Padova, ex segretario dei Metalmeccanici Fiom. È gradita la vostra opinione ( Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ).

Operai e capitale: la globalizzazione arriva alla FIAT di Pomigliano. Giunti all’epilogo la FIOM-CGIL ha detto no. Non credo potesse fare altro. Un brivido è corso nella classe operaia italiana al cui interno si è discusso di più dello stesso sciopero generale indetto dalla CGIL. La FIOM ha interpretato un largo sentire.

Ma se riavvolgiamo il film ed ipotizziamo una riflessione ripartendo da zero quali considerazioni è possibile trarre?
“ Conosci te stesso ed il tuo nemico cento battaglie cento vittorie” così il grande Sun Zhe fissava nell’antica Cina uno dei più grandi principi strategici.
Applicandolo bisogna ammettere che Marchionne ha ragione su alcune questioni che qui con parole mie elenco: -la crisi è da sovrapproduzione a livello mondiale e vale più o meno un 30% della capacità produttiva- se vuoi fare auto nel mercato globale devi produrre secondo regole e criteri di costi ed efficienza confrontabili su scala globale- a Pomigliano esistono vari problemi di governo della forza lavoro che vanno oltre la logica del conflitto sindacale e che devono essere risolti.

A ciò Marchionne aggiunge l’esigenza, per rendere produttivo lo stabilimento ,di introdurre le più “moderne tecniche” di organizzazione del lavoro; la cosiddetta “Metrica Giapponese” .
Per il sindacato la condizione di lavoro è il punto chiave e la distribuzione del reddito segue ma sapendo che quest’ultima è più assoggettabile ad avanzate e ritirate a seconda dei cicli economici e di altre condizioni che qui sorvoliamo. In ogni caso il mondo occidentale ha deciso di fatto, dopo il grande salvataggio finanziario, una politica deflazionistica e la globalizzazione lavora a rendere comparabili nel tempo e nello spazio i livelli salariali. Difficile pensare a breve di invertire la tendenza dati i rapporti di forza.

Da un punto di vista strategico il problema principale è quale strategia un sindacato con la storia della CGIL debba darsi in un quadro dove il gioco si fa stretto fra deflazione e (quindi recessione economica) e globalizzazione delle condizioni lavoro. Dal mio punto di vista, che sconta una analisi sufficientemente tragica, è tutto sacrificabile tranne ciò che serve a contrastare l’aumento delle disuguaglianze e il peggioramento della condizione concreta di lavoro.

Questo ultimo punto è a mio giudizio il più meritevole di discussione. Esso deve fare i conti con lo stato dello sviluppo tecnologico, le tendenze che ne sono intrinseche, i vincoli che in qualche modo di fatto si presentano come difficilmente superabili o aggirabili. Ora l’organizzazione del lavoro che Marchionne vuole introdurre e durissima da sopportare. È sbagliato pensarla come una nuova forma di schiavitù. Essa è molto di più. Essa trasforma l’operaio letteralmente in un robot. Chi non ha mai lavorato in fabbrica e nel lavoro vincolato purtroppo non capisce neanche con l’immaginazione cosa vuol dire.

Chi ha lavorato nel lavoro a catena sa quanto duro esso possa risultare. Ma l’introduzione della “metrica” cancella ogni e qualsiasi soggettività nel lavoro. La vecchia catena ancora qualcosa incredibilmente poteva lasciare. Il nuovo sistema azzera ogni possibilità. Alla durezza della vecchia catena le lotte sindacali avevano risposto con proposte tese a ricomporre il lavoro o a creare isole di lavoro non vincolato finalizzate alla realizzazione di un prodotto più complesso e finito anche se a sua volta sottoparte. A ciò legava magari anche forma di accrescimento professionale.

A mio giudizio questa risposta è oggi aggirata dallo sviluppo tecnologico.
Il punto dal quale partire è che se io devo produrre in grande serie un prodotto identico a se stesso al minor costo possibile allora concepire questo prodotto come il risultato della somma delle operazioni elementari fisiche e chimiche che sono necessarie per la sua realizzazione e una tendenza irresistibile. Il prodotto come algoritmo.

Lo sviluppo tecnologico delle operazioni di lavorazione macchina e l’introduzione del robot in molte operazioni anche di montaggio, rese possibili dalla rivoluzione del calcolo computerizzato hanno di fatto relegato l’operaio a riempire i buchi del processo che un insufficiente ancora sviluppo tecnologico non ha saputo al momento riempire. Direi che in ultima analisi essi in fondo coincidono con i compiti nei quali soprattutto il senso della visione, e la conseguente elaborazione del’informazione che ne deriva, è essenziale per prendere la decisione operativa e metterla in pratica.

In fondo è difficile negare che produrre in modo efficiente prodotti tutti uguali, o con varianti che non cambiano il concetto, una volta progettati, coincida con la riduzione del processo produttivo a una somma di operazioni elementari da svolgere idealmente in modo automatico.
La tecnologia meccanica è questo. L’introduzione dell’informatica ha portato all’estremo questo, (e vi ha aggiunto la flessibilità) applicando la logica dell’algoritmo, che altro non è che la scomposizione matematica e procedurale di un compito altrimenti complesso e non ha fatto altro che estendere il metodo a lavori e compiti nei quali sono impegnati i vari sensi dell’uomo.

Il limite tecnologico di questo sviluppo del processo produttivo si colloca la dove il senso umano è in
modo incompleto sostituito da quello tecnologico e dove la complessità della decisione che ne deriva subisce conseguentemente limitazione nella sua trasformazione in algoritmo. Ma questo limite è tecnologicamente e scientificamente mobile e non vi è ricerca scientifica che non lavori per superarlo continuamente. Conseguentemente ogni ricerca di nuovi modelli produttivi è ,come dire, spinta alla base da questa strutturazione dello stadio attuale dello sviluppo della scienza e della forza produttiva e ciò ne conforma anche gli aspetti sociali riducendo, per via mercato e globalizzazione, gli spazi di soggettività oggettivamente possibili.

Dunque potremmo dire che in attesa della fabbrica automatica di auto abbiamo l’operaio che ne riempi i buchi non ancora tecnologicamente superati. L’operaio come interstizio fra processi automatici e robot. Ridotto conseguentemente pure lui alla stessa logica. A robot. In fondo non credo di sbagliare se ipotizzo che siano da ricercare nei concetti di realizzazione e programmazione dei robot le basi concettuali della “metrica giapponese” di produzione. Questa volta applicata all’uomo.

Dunque, a meno che qualcuno non mi illustri un modo diverso di lavorare che contraddica quanto sopra e sia capace di competere sul mercato globale l’alternativa diventa drammatica: o lavorare secondo un processo di lavoro di difficile modificabilità o non lavorare. C’è sempre qualcuno nel mondo al quale il
capitale può chiedere di trasformarsi in robot.

Eppure un’altra via per fare auto a Pomigliano a mio avviso è al momento possibile.
Mi risulta che oggi si lavori a turni di otto ore su cinque giorni con due pause di 15 minuti una di dieci minuti e mezzora di pausa mensa. Ciò significa un utilizzo degli impianti, fatto per due turni giornalieri ,di ore 13.40. un po’ più di 68 ore settimanali. Con dentro 20 interruzioni di produzione giornaliera, 100 interruzioni settimanali. Di fatto l’equivalente di uno sciopero fortemente articolato finalizzato a pesare il massimo sul processo produttivo.

Difficile negare che un grande investimento come quello promesso da Marchionne, debba scontare un utilizzo degli impianti tendenzialmente continuo. Solo che nella attuale fase economica esso rischierebbe paradossalmente di introdurre rigidità non gradite creando periodi dove si finirebbe per produrre per i piazzali e magazzino. Ecco dunque la ragione di un aumento dell’utilizzo degli impianti che lasci spazio a una flessibilità di scelta: i sei giorni su tre turni più la possibilità di 120 ore di straordinario obbligatorie. E le altre modalità previste dall’accordo non firmato da FIOM: modalità tese ad imporre una disciplina a qualunque costo, le mitragliatrici davanti alla fabbrica, proprio perché, a parte le caratteristiche specifiche dello stabilimento, l’azienda sa che chiede modi di lavorare durissimi.
ma davvero non c’erano altre strade?

Se la FIOM, ad esempio, avesse offerto la possibilità di lavorare su sei giorni su quattro turni di sei ore ciascuno con una sola pausa intermedia e con l’eliminazione della mensa, non più necessaria data la modalità di turnazione, e avesse previsto la possibilità di recuperare l’ora e mezza mancante alle 40 ( 2,30 essendo già previste dal CCNL come pausa pagata) sotto forma di flessibilità produttiva aggiuntiva si sarebbe normalizzato l’orario di lavoro al dettato contrattuale, l’azienda avrebbe avuto un aumento stratosferico dell’utilizzo degli impianti, (superiore a quello previsto dall’accordo) avrebbe avuto la sua flessibilità aggiuntiva a costo standard e non straordinario, avrebbe recuperato interruzioni di processo passando dalle attuali cento settimanali a 72 su sei giorni effettivi di utilizzo impianti. Ipotizzando una pausa intermedia nel turno di un quarto d’ora si sarebbe passati a un utilizzo degli impianti di 138 ore rispetto alle 68 attuali. Più del doppio.

La condizione di lavoro sarebbe stata incomparabile per stress e fatica rispetto a ciò che si è deciso e la necessità di una dura disciplina enormemente ridotta e affrontabile in un quadro rispettoso dei principi sindacali e costituzionali, (anche una autoregolamentazione dello sciopero temporanea non avrebbe fatto scandalo), l’orario di lavoro ridotto alla sua componente mitica, le 40 ore. Le esigenze di flessibilità familiare e personali dei lavoratori rese incommensurabilmente più affrontabili. Riducendo una causa di assenteismo.

Certo si sarebbero dovuti assumere almeno altri mille lavoratori su 5000 per riempire i turni. Ma senza un aumento di costo orario del lavoro rispetto alla soluzione scelta con l’accordo. Anzi!!! Ci sarebbero stati certamente dei mal di pancia, forse anche di strati di dipendenti. Ma Si pensi a quale consenso politico la supposta Proposta FIOM qui avanzata avrebbe avuto in quel territorio e nel paese. Essa avrebbe legato lavoro e diritti nella globalizzazione mostrando la percorribilità di altre strade. Ora io non escludo che FIAT e Marchionne abbiano deciso di farsi lo strumento di Sacconi e di una strategia tesa al’ isolamento politico della CGIL  e che quindi questo ragionare sia inutile in quanto non all’altezza di una sfida padronale decisa sul piano politico e finalizzata alla modifica radicale e regressiva oltre che dei rapporti sindacali anche perfino dei diritti costituzionali. Personalmente stento a credere all’equazione Sacconi –Marchionne.

Anche se Sacconi certamente si è trovato Marchionne su un piatto D’oro. In ogni caso una più adeguata capacità di proposta sindacale avrebbe reso l’attacco più debole evitando di finire con il contrapporre lavoro e diritti. Non sempre paga buttarla solo in politica.

 

Registrazione del Tribunale di Velletri n.29 del 22/12/2006