Alternativ@Mente - a cura di Enrico Del Vescovo

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Riflessioni sulla tragedia delle quattro operaie morte a Barletta che lavoravano in nero!

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cosa-rossa.jpgAd una settimana dal disastro di Barletta pubblichiamo le seguenti riflessioni.

Lunedì 3 ottobre, alle 12.30, una palazzina di tre piani in via Roma, a Barletta, si accartoccia su se stessa e crolla. Nel sotterraneo, un laboratorio tessile, dove lavoravano in nero per 3,95 euro l’ora 12 operaie a confezionare capi d’abbigliamento. Dalle macerie vengono salvate 8 operaie, ma 4 di loro vengono estratte morte insieme alla figlia quattordicenne dei proprietari del laboratorio che stava entrando nella palazzina al momento del crollo. E’ l’ennesima tragedia annunciata, un assassinio annunciato!

Questa palazzina mostrava da molti giorni segni di pericolosi scricchiolii e crepe, tanto che sotto l’insistente richiesta di sopralluogo da parte degli abitanti, come per tre palazzine vicine nella stessa strada, i vigili del fuoco e i tecnici del comune, usciti finalmente per una verifica, avevano deciso che l’edificio dovesse essere “messo in sicurezza”. I lavori avrebbero dovuto iniziare lunedì stesso, ma la palazzina è crollata prima distruggendo la vita di 4 operaie e di una ragazza di quattordici anni! Dalle prime indagini sembra che il crollo sia stato provocato dal frettoloso abbattimento della palazzina adiacente al posto della quale doveva essere costruito un nuovo palazzo. Per l’ennesima volta ci si trova di fronte alla micidiale combinazione di assenza di sicurezza degli stabili, attività abusive e relativo lavoro nero, controlli superficiali delle cosiddette “autorità competenti”, fretta nell’abbattere per ricostruire, senza assicurarsi preventivamente che le operazioni di abbattimento non comportino pericoli per gli edifici adiacenti. Il crollo ha colpito solo le operaie del laboratorio tessile, le uniche persone presenti in quel momento nella palazzina.

Il lavoro in nero è considerato da tutti, autorità, governo, magistratura, sindacati, partiti, lavoratori, gente comune, una piaga, ma anche, nello stesso tempo, una fonte di reddito che, “in mancanza di un lavoro regolare”, contribuisce a far sopravvivere, a pagare il mutuo della casa, a mangiare, a vestirsi, ad allevare i figli... Il lavoro in nero è lavoro salariato sommerso, clandestino, ulteriore sfruttamento dei proletari costretti in condizioni di esistenza precarie, marginalizzate, ai limiti della fame e della miseria più nera. Il sistema economico capitalistico, generando lavoro salariato genera, nello stesso tempo, tutte le forme del suo sfruttamento utili ai suoi cicli di produzione e di distribuzione, legali e illegali. Lo sfruttamento dei lavoratori nelle forme illegali, e il lavoro in nero è una delle più diffuse forme illegali, è parte integrante dello sfruttamento del lavoro salariato; esso è destinato alla parte di forza lavoro che non accede a rapporti di lavoro stabili e legalizzati e che, per non morire di fame, accetta condizioni di lavoro più pesanti, più rischiose, di supersfruttamento.

La crisi economica rende questo fenomeno molto più acuto e diffuso, in parallelo all’aumento della disoccupazione: lavoro nero, lavoro precario, disoccupazione, non sono fenomeni dovuti alla fatalità della crisi economica, ma conseguenze inevitabili e strutturali del modo di produzione capitalistico che tende, soprattutto nei periodi di crisi, ad accrescere il peggioramento delle condizioni di esistenza di una parte sempre più grande della forza lavoro attiva perché i capitalisti, piccoli artigiani o grandi imprenditori che siano, hanno tutto l’interesse che la massa di proletari a lavoro nero, precari, disoccupati, affamati, eserciti oggettivamente una costante e crescente concorrenza rispetto alla massa di proletari a lavoro regolare. La costante e crescente pressione delle peggiorate condizioni di vita e di lavoro sulla massa generale della forza lavoro salariata dà diversi vantaggi ai capitalisti: abbatte i salari dei lavoratori a tempo indeterminato, peggiora le loro condizioni di lavoro aumentando i carichi e i ritmi di lavoro per unità di tempo e le ore di lavoro giornaliere, aumentano i rischi di incidenti e infortuni mortali; mentre, per i lavoratori precari e a lavoro nero aumenta in generale l’insicurezza del lavoro, e quindi del salario per quanto basso sia, ed aumentano enormemente i rischi di infortunio e di morte. Le condizioni di esistenza dei proletari, così, sono completamente in mano ai capitalisti e al loro sistema economico e sociale: non solo essi sono ridotti ad essere schiavi dei loro “datori di lavoro”, ma, rispetto agli schiavi della storia antica, a fronte di questa schiavitù moderna non hanno nemmeno la certezza della vita!

La lotta di classe proletaria contro la classe dei capitalisti, contro il loro sistema economico e sociale che si nutre di lavoro vivo, uccidendolo, per ingrossare di profitti le loro tasche, è l’unica via d’uscita dei moderni schiavi salariati, affratellati da condizioni di sfruttamento generalizzato e di insicurezza permanente mentre la voracità del sistema capitalistico chiede sacrifici di sangue sempre più alti!

Il laboratorio tessile che è sparito sotto le macerie a Barletta, è uno dei tantissimi inferni del lavoro nero in cui si dibatte la piccola economia artigianale, sempre sull’orlo della rovina in una economia in cui la grande industria e le grandi catene del commercio dettano legge. Sottoposti alle stesse leggi di mercato dei grandi capitali, le piccole attività artigianali, se da un lato sono costrette , per sostenere i propri costi di produzione e un minimo di guadagno, a spremere in modo spietato sudore e sangue dai propri lavoratori per soddisfare le esigenze del mercato e dei grandi capitalisti che funzionano da intermediari tra loro e il mercato, dall’altro lato sono costantemente sull’orlo del fallimento e della chiusura che, a loro volta, funzionano come ricatto costante nei confronti dei lavoratori impiegati in quelle attività. La spirale: “mancanza di lavoro regolare”, “possibilità di lavoro precario o in nero”, “rischio continuo di fallimento della piccola azienda”, “precipizio nella miseria e nella fame”, presenta così il suo terribile gioco in cui il vincitore è sempre il profitto capitalistico e il perdente è sempre il proletario.

Mentre il sindaco di Barletta dichiarava: “Non mi sento di criminalizzare chi, in un momento di crisi come questo, viola la legge assicurando però lavoro, a patto che non si speculi sulla vita delle persone”! (il manifesto, 5.10.2011), il presidente della repubblica Napolitano ammoniva: “L’inaccettabile ripetersi di terribili sciagure laddove si vive e si lavora, impone l’accertamento rigoroso delle cause e delle responsabilità, e soprattutto l’impegno di tutti, poteri pubblici e soggetti privati, a tenere sempre alta la guardia sulle condizioni di sicurezza delle abitazioni e dei luoghi di lavoro con una costante azione di prevenzione e vigilanza” (la Repubblica, 5.10.2011). Già, sfruttare le operaie a 4 euro l’ora per 8-14 ore al giorno, a seconda delle commesse ricevute, in un sotterraneo malsano, costrette a lavorare in nero, senza alcuna misura di sicurezza e di assicurazione contro malattie e incidenti, non è forse “speculare sulla vita delle persone”? Continuare a far lavorare le operaie in una situazione di evidente pericolo, come nel caso della palazzina di via Roma, non è forse “speculare sulla vita delle persone”? E a che sono serviti finora i moniti del presidente delle repubblica circa” l’inaccettabile ripetersi di terribili sciagure laddove si vive e si lavoro” e i richiami alla “costante azione di prevenzione e vigilanza” sulle condizioni di sicurezza delle abitazioni e dei luoghi di lavoro”, se non a tacitare ipocritamente la “coscienza civile e democratica” dei benpensanti che vivono, come i capitalisti più cinici, sullo sfruttamento del lavoro salariato delle masse proletarie? Sotto il capitalismo non sarà mai possibile la “costante azione di prevenzione e vigilanza sulle condizioni di sicurezza delle abitazioni e dei luoghi di lavoro”, se non episodicamente e soltanto se tale azione risulta compatibile con il guadagno capitalistico e nella durata di tempo in cui questo guadagno è assicurato. E’ la legge del valore che strozza ogni azione che non sia diretta alla produzione e alla riproduzione di profitto capitalistico: se l’azione di prevenzione e vigilanza diventa un costo non marginale è un’azione che viene rimandata nel tempo o che non viene semplicemente fatta. Ci va di mezzo la vita di operaie o di operai?... è il prezzo che il capitale impone alla società! Ci va di mezzo la vita del piccolo imprenditore o di qualche suo familiare?... è un danno collaterale… L’importante è che la macchina capitalistica non sia messa in discussione e che tutti – “poteri pubblici e soggetti privati” – facciano “la loro parte” affinché l’economia capitalistica riprenda il suo corso nonostante “le terribili sciagure” che colpiscono nei luoghi dove si vive e si lavora…

La lista maledetta dei morti sul lavoro non si azzererà mai in una società in cui la vita di ogni essere umano, e prima di tutto di ogni lavoratore salariato, dipende dal profitto capitalistico. La lotta contro questa società e il suo modo di produzione è una necessità di vita, per non continuare ad essere assassinati nei luoghi di lavoro, nelle strade, nelle case, nei fronti di guerra, nella violenza quotidiana che questa società sprigiona da ogni suo poro. E non può essere che lotta di classe, perché il dominio economico, politico e sociale dell’intera classe borghese non può essere affrontato e vinto se non da una forza sociale in grado di prospettare per se stessa, e quindi per tutta l’umanità, uno sbocco rivoluzionario capace di seppellire per sempre un modo di produzione che ha messo al suo centro non la vita degli uomini, ma il profitto capitalistico al quale sacrificare costantemente la vita degli uomini. La forza sociale del proletariato, della classe dei lavoratori salariati, dei senza-riserve, che in tutto il mondo è sfruttata dal capitale al solo fine di riprodurre e valorizzare il capitale stesso, è la forza sociale che nulla ha da difendere in questa società.

Riconquistando il terreno dell’antagonismo di classe e riorganizzandosi per lottare contro gli interessi dei capitalisti in difesa dei propri interessi di vita e di lavoro, il proletariato è l’unica classe che storicamente può rivoluzionare l’intera società: lo può fare se si riconosce come classe antagonista alla classe borghese, se spezza l’abbraccio soffocante degli “interessi comuni”, se lotta per unire le proprie forze contro la concorrenza tra proletari che i borghesi alimentano e creano costantemente, se usa la rabbia generata dalle infinite ingiustizie quotidiane di cui è il bersaglio per organizzare la lotta di classe, se usa la reazione alle continue vessazioni, ai continui soprusi, sacrifici e assassinii sul lavoro non per ripiegarsi nel dolore e nella cristiana sopportazione ma per gridare alto il valore della vita umana che va difesa contro ogni sua mercificazione, contro ogni sua immolazione al dio Denaro, al dio Profitto, al dio Capitale!

 

 

 

 

 


 

Registrazione del Tribunale di Velletri n.29 del 22/12/2006