Nascerà lo stato Palestinese?

Data di pubblicazione: 
Wednesday 21 September 2011
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di Massimo Ragnedda

Dopo sessant’anni di guerre, di conflitti a bassa ed alta intensità, attentati, ripercussioni, rappresaglie, occupazioni militari, negoziati falliti, accordi disattesi, vedrà la luce uno stato palestinese? Un concreto passo avanti verrà mosso tra qualche giorno (il 23 settembre) da Abu Mazen quando chiederà per la Palestina lo status di «194° Stato membro delle Nazioni Unite», limitato dai confini del 4 giugno 1967 (compresi i territori occupati) e con Gerusalemme Est come capitale. Nascerà dunque finalmente uno stato palestinese? La richiesta che Abu Mazen presenterà a Ban Ki-moon da sola non basterà, anche se sono già 126 i Paesi che hanno riconosciuto la Palestina: sarebbero in tutto 140 pronti ad accettare la richiesta all’Assemblea Generale dell’Onu, dove occorre la maggioranza di due terzi per entrare come Stato osservatore. Tra questi non ci sarà l’Italia.

Ma il problema, per la Palestina, non è l’assenza dell’Italia, oramai ininfluente a livello internazionale (a Tripoli, solo per citare l’ultimo caso, sono arrivati da vincitori il vice della Clinton, Jeffrey Feltman, e i premier Sarkozy, Cameron ed Erdoğan, non di certo l’Italia che pur vantava una relazione storica e privilegiata con la Libia), ma il veto degli Stati Uniti nel Consiglio di Sicurezza, dove basta il veto di una delle cinque grandi nazioni per affossare la proposta. Infatti la portavoce del Dipartimento di Stato americano, Victoria Nuland ha dichiarato che gli Stati Uniti porranno il veto: ergo la Palestina come stato indipendente non nascerà. Per ora. Può il popolo palestinese, la comunità araba e tutto il mondo accettare altri 44 anni di vessazione nei confronti della Palestina e del suo popolo?

Due popoli due stati. Quante volte si è ripetuta questa formula, da Tel Aviv a Washington, dalle capitali europee a quelle arabe. Oggi, più che mai, questo obiettivo deve essere perseguito con tutta la forza necessaria. Ora è giunto il momento di concretizzare la nascita dello stato palestinese. Per il bene di tutti, Israele in primis. Non è un caso, infatti, che in questi concitati giorni, fatti di trattative diplomatiche e minacce di ritorsioni, un’organizzazione pacifista israeliana abbia pubblicato una lista di 50 motivi per cui Israele dovrebbe accettare la nascita di uno stato palestinese. Ma il governo, sorretto dall’estrema destra israeliana, mai accetterà la nascita di un altro stato, pur previsto da tutti gli accordi di pace e dalla comunità internazionale, all’interno dei confini “biblici”.

La politica unilaterale e miope di Netanyahu ha portato Israele in un angolo buio, sempre più isolata internazionalmente e incapace di affrontare la più grave crisi diplomatica della sua storia. Israele, infatti, non si è mai trovata così isolata come ora: non ha più il suo fedele alleato egiziano, ha perso l’alleato turco, la frontiera nord è sempre più in mano agli Hezbollah, ad Amman la gente protesta contro l’ambasciata di Tel Aviv e la distanza con Washington non è mai stata così abissale. Ciò nonostante Obama non abbandonerà l’alleato israeliano e impedirà la nascita dello Stato palestinese, anche se questo va contro gli interessi statunitensi e, soprattutto, si assumerà, di fronte al mondo, la responsabilità di non aver fatto nascere la Palestina, come più volte promesso.

La strada per la nascita di uno stato palestinese, principio indispensabile per ridurre le tensioni in Medio Oriente, è irta di difficoltà, così come lo è stata finora. Sono tantissimi, infatti, gli accordi di pace disattesi, di negoziati falliti e di promesse non mantenute. Tra i tanti negoziati falliti ricordo l’accordo di pace firmato con l’Egitto nel 1978 quando lo Stato di Israele sottoscrisse “di riconoscere i diritti legittimi del popolo palestinese”. L’accordo prevedeva di stabilire un’autorità autonoma nei Territori Occupati e nella Striscia di Gaza entro cinque anni, ovvero entro il 1983, ma niente di tutto ciò è mai avvenuto.

Dopo 15 anni ci ha provato Clinton a far raggiungere un accordo di pace. Era il 1993, ed esattamente il 20 agosto 1993, e dinanzi all’allora presidente statunitense, Israele e l’Organizzazione Nazionale per la Palestina (OLP) siglarono una serie di accordi (i famosi accordi di Oslo) che, almeno nelle intenzioni, avrebbero portato ad una risoluzione del conflitto, il tutto suggellato da una storica stretta di mano tra Itzhak Rabin, primo ministro israeliano e Yesser Arafat, rappresentante dell’OLP. Questo accordo valse loro il premio nobel per la pace. Due anni dopo e in seguito a questo accordo il primo ministro israeliano venne assassinato da Ygal Amir, un colono ebreo estremista, durante un comizio politico a Tel Aviv. Yasser Arafat, invece, morì 10 anni dopo Rabin, in circostanze mai del tutto chiarite.

Quegli accordi sono rimasti lettera morta, come chi li firmò. Da una parte i negoziati falliscono, dall’altra l’occupazione illegale dei territori palestinesi continua.

A dispetto degli appelli e dei moniti internazionali (anche Obama si è schierato contro le colonie) e degli accordi di pace che prevedono il congelamento completo della costruzione di nuove colonie, il Premier Netanyahu ha detto che il suo governo continuerà ad acconsentire a nuove costruzioni per aiutare la loro “crescita naturale”. Le colonie, per intenderci, sono degli insediamenti, spesso occupati da estremisti religiosi (il bacino elettorale di questo governo), che la comunità internazionale considera illegali. Le colonie variano in dimensione e passano da quelli “selvaggi”, roulotte e accampamenti di fortuna, fino a città vere e proprie di decine di migliaia di residenti, costruiti nel cuore della Palestina. Inoltre, per proteggere questi avamposti illegali, Israele militarizza l’aria circostante rendendo la vita impossibile a chi, sino a quel momento, aveva abitato quelle terre. In Cisgiordania, ovvero nella parte dove dovrebbe sorgere lo stato palestinese, vivono circa mezzo milione di israeliani. All’incirca 300mila vivono nelle centinaia di insediamenti illegali e i rimanenti 200mila nella parte est di Gerusalemme (anch’essa militarmente e illegalmente occupata dopo la “guerra dei sei giorni”). Solo a luglio 2011 è stata approvata la costruzione di 700 nuove unità abitative destinate a coloni israeliani nell’insediamento illegale di Gilo, nella Gerusalemme occupata, dove già vivono 40mila coloni. È bene ricordare che tutte le colonie israeliane costruite nei Territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est, sono una violazione alla legge internazionale e alla IV Convenzione di Ginevra nella quale si dispone all’art. 49: “La potenza occupante non potrà mai procedere alla deportazione o al trasferimento di una parte della propria popolazione civile sul territorio da essa occupato”. Le colonie illegali sono un chiaro oltraggio alla comunità internazionale e alla pace e alimentano tensioni in tutto il Medio Oriente.

Il PCBS (Palestinian Central Bureau Statistics) ha da poco pubblicato un documento ufficiale con i dati aggiornati circa la presenza illegale dei coloni israeliani sul territorio palestinese. Il rapporto dimostra come il loro numero sia aumentato di 40 volte dal 1972 al 2010. Il dato ufficiale parla di 518.974 coloni israeliani nei Territori palestinesi occupati, mentre l’anno prima erano 511.739, ovvero circa 7000 nuovi coloni in più in un anno.

Il 23 settembre 2011 non nascerà uno Stato palestinese anche se Israele, sempre per citare l’organizzazione pacifista israeliana, avrebbe 50 buoni motivi per favorire e non ostacolare la nascita della Palestina. Uno su tutti: la pace. Solo uno stato forte, che abbia diritti e doveri, può negoziare con Israele e combattere il terrorismo.

Fonte: Megachip.